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Arte e Iperrealismo

FormadArte intervista Paolo Tagliaferro

FormadArte ha intervistato Paolo Tagliaferro, uno dei maggiori esponenti italiani della pittura iperrealista. Il racconto di sé spazia dai suoi primi anni di vita, dalla presa di coscienza delle sue innate capacità alla sua formazione didattica, fino alla piena maturazione. Paolo si racconta a cuore aperto, con l’umiltà che lo contraddistingue

FA: In che momento nasce la tua passione per l’arte e la pittura?

P: Fin da piccolissimo, da quando presi per la prima volta una matita in mano: cominciai già a pochi mesi a scarabocchiare fogli. Il mio primo scarabocchio fu un sole con gli occhi e il sorriso e qualche montagna a punta. Cominciavo a osservare mio nonno e mio papà che disegnavano e mi incuriosiva tantissimo il loro modo di disegnare volti, animali e paesaggi; mio nonno usando la china e mio papà usando i colori ad olio. Quindi proprio mio papà e da mio nonno ho ereditato la grande passione per la pittura. Mio padre frequentò qualche anno di liceo artistico da giovane, poi dipinse sempre a tempo perso e quando, durante i miei primi anni di vita, lo vidi dipingere sul cavalletto (ricordo molto bene il paesaggio che stava dipingendo con una tecnica molto impressionista simile a quella usata da Van Gogh, mio papà è sempre stato molto gestuale nei suoi dipinti) mi misi a osservarlo, ma l’odore dell’acquaragia e dei diluenti era molto forte e, per la mia età, era molto dannoso respirare tutto questo. Finchè un giorno gli chiesi, all’età di sette anni, una tavola di legno e dei colori. Mi diede dei colori a tempera e provai a dipingere. Il risultato fu che dipinsi un gallo cedrone a tempera su tavola, con relativa firma “p tagliaferro 88”. Ancora quando guardo quel dipinto, ripenso a quanta passione avevo già a quell’età. Mio papà dipingeva tutte le sere fino a tardi e, tra tavole di legno e tele, sfornava bellissimi quadri. Sono nato in una famiglia dove l’arte è stata tramandata da padre in figlio. Seppi poi anche che un mio parente, un Tagliaferro che abitava in valle d’ aosta, anch’egli pittore, fu a contatto con il re Vittorio Emanuele II e che fece molti ritratti in stile fiammingo per lui, ma purtroppo non ho mai potuto vedere i suoi capolavori, perchè la parentela è ormai lontana e non ho fatto in tempo a conoscerlo. Durante i primi anni di scuola cominciai a disegnare moltissimo, su quaderni, fogli, ovunque, ci mancava poco che disegnassi anche nei muri. Mia madre dice che ero tremendo, da piccolo, con la matita in mano. Qualche anno piu tardi, all’età di tredici anni, mio padre mi regalò un cavalletto e iniziò a darmi le prime nozioni fondamentali sull’uso dei colori ad olio. Mi insegnò le sfumature di base e per me fu una forte emozione perché, finalmente, potevo usare colori ad olio e acquaragia. Così, un giorno, presi una foto di un vaso di fiori e lo disegnai. In un pomeriggio lo terminai già con qualche effetto materico del colore. Ne uscì fuori un’opera un quasi impressionista, con miriadi di pennellate che davano luce al quadro. Ma a me interessava moltissimo la pittura fiamminga e rinascimentale, soltanto che non capivo come venisse affrontata, vista la mia totale inesperienza iniziale. Avevo voglia di imparare a dipingere alla maniera antica. Finito un quadro, ne iniziavo subito un altro, e ognuno con qualche difficoltà in più ogni volta.

FA: Come mai hai scelto la tecnica iperrealista?

P: Ritengo che Copiare gli antichi maestri come Michelangelo, Rembrandt, Caravaggio, Leonardo, sia importantissimo per comprendere l’importante valore della tecnica artistica, soprattutto se un pittore principiante sceglie il percorso dell’iperrealismo. Io, essendo ancora cosi giovane ed avendo poco più di trent’anni, ho seguito gli insegnamenti pittorici ereditati dai grandi maestri del rinascimento, iscrivendomi al corso di pittura dell’accademia. Con i consigli del mio bravo professore e attraverso scambi delle nostre idee pittoriche, mi ha aiutato moltissimo a sviluppare la ricerca, sperimentando nuovi linguaggi espressivi e progredendo per raggiungere un’ autonomia personale e una consapevolezza della mia produzione artistica. Parallelamente però, quando avevo un po’ di tempo libero, continuavo dipingere anche a casa nel mio studio, imparando da autodidatta la tecnica artistica fino ad arrivare all’Iperrealismo. Il mio professore molto spesso, mentre dipingevo, stava lì ad osservarmi, ammettendo di non riuscire a dipingere con altrettanta bravura. Lui inizialmente fu un po’ contrario alla tecnica iperrealista perché dipingevo troppo alla maniera classica, ma insieme iniziammo a cercare i soggetti più adatti. Per me fu un grande maestro di vita, perché mi insegnò ad evolvermi e a crescere artisticamente. Ora, che dipingo tutto il giorno nel mio studio, mi accorgo che il desiderio più grande che un artista possa avere è riuscire a considerarsi soddisfatto vivendo solo con la propria attività, nata inizialmente come passione e amore per l’arte e trasformandola poi in lavoro. Il colore è l’anima di un dipinto, è una qualcosa creato con le proprie mani, pazienza e tanta attenzione quindi non ha la pretesa di dire qualcosa di nuovo, ma di sfidare la fotografia ottenendo un effetto fotografico che, però, rimane pittura. Nessuna macchina fotografica o marchingegno fotografico potrà rendere quei colori, quella materia, quella “vita” che la pittura ha. Trovo l’iperrealismo lo specchio pittorico più onesto del nostro tempo.

FA: I tuoi dipinti presuppongono una estrema precisione, meticolosità e pazienza. Quanto tempo impieghi, mediamente, per creare una tua opera?

P: È vero, i miei dipinti presuppongono una estrema precisione, meticolosità, e pazienza. Dipingendo tante ore al giorno, utilizzando la tecnica delle velature molto numerose, un mio dipinto viene realizzato in circa due mesi, ma spesso lavoro su più dipinti contemporaneamente.

FA: Che consigli dai a chi vuole avvicinarsi all’arte iperrealista?

P: Il consiglio che darei ad un pittore principiante che volesse vivere con l’arte sarebbe quello di iniziare studiando attentamente gli antichi maestri del passato: dal Rinascimento al periodo fiammingo, barocco, neoclassico fino alla fine dell’ottocento, quando si sviluppò il realismo e quando nacque l’impressionismo. Anche dai pittori impressionisti si impara moltissimo. Per me è stato utilissimo studiare i quadri di Monet per capire le tonalità delle luci. Dipingendo, con il passare del tempo cominciai a diventare sempre più preciso, ma non ero mai soddisfatto del risultato finale. Una caratteristica importante per diventare dei bravi pittori è avere fiducia e una grande passione, restare umili, avere un’infinita pazienza per poter ricercare la propria identità artistica e culturale e per ottenere un giusto riconoscimento dal mercato dell’arte.

FA: Nella tua arte viene lasciato poco spazio all’interpretazione, essendo una fedelissima copia di oggetti dal vivo. L’arte informale, per esempio, si basa su un concetto praticamente opposto, cioè mette l’interpretazione dell’opera al centro del messaggio. Cosa pensi di questo genere di forme espressive?

P: L’arte informale è un genere che io apprezzo molto per la gestualità e l’ispirazione che un artista ha nel momento in cui vuol rappresentare qualcosa, ma secondo me per arrivare a essere informali c’è bisogno comunque di partire dai concetti base della pittura antica per ricavarne stimoli nuovi. Prendo due esempi che mi vengono in mente: Picasso e Duchamp. Loro, anche se non furono informali, son stati rivoluzionari, perché son riusciti a far notare un’altra faccia dell’arte. Essi, però, avevano una grande preparazione artistica e culturale alle spalle e, secondo, me l’informale deve essere conseguenza di tutte le conoscenze artistiche del passato, per poter evadere poi completamente inventando altri generi o altri stili.

FA: Nel tuo mondo ci si confronta con un pubblico di appassionati, ma anche con critici e storici dell’arte. C’è stato, in questi anni, qualche critico particolarmente duro, nei tuoi confronti?

P: Finora posso dire di non aver mai incontrato critici d’arte duri con me. Anzi, mi hanno sempre aiutato a cercare stimoli nuovi nella ricerca artistica.

FA: Qual è stata, invece, la critica positiva che ti ha fatto sentire più gratificato?

P: La critica positiva che mi ha fatto sentire più gratificato è stata sentirmi dire che, con la mia umiltà e con la mia grande disponibilità, tramando la diffusione e l’insegnamento della pittura iperrealista.

FA: Che progetti hai per il tuo immediato futuro?

P: Progetti immediati futuri non ne ho, ma sto sviluppando anche l’insegnamento la pittura iperrealista sia con lezioni e sia con un manuale di pittura che ho creato io.

FA: Cosa vorresti che si dicesse, tra cento anni, di Paolo Tagliaferro?

P: Vorrei essere ricordato per la persona che sono attualmente, vorrei essere ricordato come un umile pittore che aveva una grande passione per l’arte.