RECENSIONI CRITICHE

CRITICI D’ ARTE CHE SCRIVONO DELL’ ARTISTA

Critico d’arte Dina Pierallini (artPromoter)

Paolo Tagliaferro, vive a Lonigo in provincia di Vicenza. pittore giovanissimo di formazione accademica, appartenente al filone dell’Iperrealismo. Come gli Iperrealisti, Tagliaferro rifiuta la realtà, proponendone una riproduzione meccanica, spesso a partire dalla sua immagine fotografica ingrandita. Ne risulta dunque una visione che va al di là della realtà, stravolgendola e giungendo talvolta ad un virtuosismo esasperato, ammorbidito però dall’amore profondo che il pittore prova per l’epoca Rinascimentale (italiana e fiamminga). Tagliaferro riesce ad aggiungere a tutto ciò i classici giochi di luce degli Impressionisti, enfatizzando il contrasto di luce ed ombra. La rappresentazione di soggetti tradizionali fornisce lo spunto per una severa indagine interiore, cioè trasfigurazione della realtà come occasione per scavare dentro di sè, individuare le ragioni ultime che spingono gli artisti ad esprimere qualcosa, a riflettere sulla condizione esistenziale.

Critico d’arte Renzo Zoia. Recensione della mostra a Barbarano Vicentino anno 2006

Giovane studente dell’Accademia Cignaroli di Verona, dipinge ormai da dieci anni e ha scelto una pittura di tipo Iperrealista. Le nature morte balzano ingrandite verso di noi e si affidano a una perfezione formale di sapore fotografico. Ma l’elemento meccanico è arricchito da atmosfere luminose fortemente contrastate e da un richiamo sotteso ai grandi pittori realisti del XVII e XVIII secolo. Un autoritratto fortemente scorciato e condotto con tonalità monocromatiche apre interessanti prospettive sul futuro del giovane artista anche per quanto riguarda l’interpretazione della vita moderna.

 

Recensione della mostra alla Galleria d arte Gagliardi settembre 2009 a San Gimignano (Siena). Giornalista, storico, critico d’arte e musicale, curatore. Alberto Agazzani

Il giovane Paolo Tagliaferro trasforma il suo fresco sguardo in immagini evocative di paradisi mai perduti. L’assunto di una fedeltà maniacale al visibile, nelle sue tele si trasforma in un giocoso divertimento per gli occhi, lontano da qualunque inquietudine ed espressionismo manifesto. Il mondo dell’infanzia è evocato con libertà: il colore è abbagliante, la luce è resa con effetti sorprendenti e i contrappunti formali, dal dettaglio esasperatamente fotografico al gioco astratto dei riflessi, realizzati con la coraggiosa audacia di una pura spregiudicatezza giovanile. A differenza di molti suoi colleghi, infatti, Tagliaferro manifesta una serena e disincantata espressività, giocosa per l’appunto, scevra da quei turbamenti e da quelle introversioni così tipiche in tanta pittura d’oggi, allegra e serena, “pop” in un qualche modo, ma non altrettanto leggera, bensì stupefacente nell’evocativo divertimento fra severità pittorica e allegria espressa nell’immergersi dentro ad immagini che ognuno di noi porta nel proprio ricordo dimenticato.

SETTEMBRE 2010 L’INGANNO DEL VISIBILE, IPERREALISMO ITALIANO, (da “Art Dossier”, settembre 2010, Giunti Editore) a cura di Alberto Agazzani

L’invenzione della camera ottica, diretta antenata del cinema e della fotografia, ha avuto un’influenza fondamentale nel modo di vedere e rappresentare la realtà, fino ad arrivare, nella nostra contemporaneità, a modificare radicalmente quel concetto di “metafisica” che per secoli ha sostenuto e alimentato l’anima della Pittura. A quale possibile “altrove” può condurre una rappresentazione pittorica del visibile così fedele da rasentare la rappresentazione fotografica? Quale metafisica è possibile da ciò? Il fenomeno è tutt’altro che nuovo, così come ben noto è il percorso che dal XV secolo ad oggi ha portato al cosiddetto “iperrealismo”. E’ nei primi decenni del ‘400, infatti, che per la prima volta vengono utilizzati strumenti ottici per la realizzazione di tele dipinte. Improvvisamente, senza gradualità alcuna, si passò da una rappresentazione ideale della realtà, ancora saldamente ancorata a canoni medioevali, ad una fortemente realistica portatrice di nuovi valori e nuovi misteri. Aprendo la strada ad un modo di vedere il mondo fino ad allora inedito e destinato a cambiare in maniera determinante l’intera storia dell’arte. Si può in un qualche modo affermare che in quel momento nacque un nuovo concetto di metafisica, destinato, alla luce della nostra modernità, a sfociare nella più parossistica espressione pittorica immaginabile, talmente estrema e rivoluzionaria da modificare il concetto stesso di “pittura”. Ritorniamo così alle domande che hanno aperto questo discorso: a quale possibile metafisica si riconduce quest’arte iperreale? Quali valori rivela e quali misteri crea una pittura nella quale tutto, anche se stessa, è rivelato con una verità stupefacente? La risposta, complessa e tutt’altro che definitiva, a tratti anche apparentemente contraddittoria, può essere rintracciata nel nichilismo che domina la nostra epoca. Finite le ideologie, estinti ed esiliati dei ed eroi, sovvertiti i valori che per secoli avevano sostenuto la nostra cultura è un altro “altrove” quello a cui l’arte si deve necessariamente rivolgere. Chi non ha speranza si è rapidamente convertito all’orrore ed al gioco circense della provocazione a tutti i costi (non rendendosi conto della terribile gratuità e vetustà della scelta), mentre coloro che la speranza l’hanno forte e vivida, tanti pittori e scultori animati da un’incrollabile fede nella Bellezza e nei suoi valori, hanno coscientemente scelto la strada di un realismo esasperato, di un idealismo inedito, la via di una nuova metafisica, cinica ma appassionata, spesso glaciale ma sempre sorprendente, possibile ed impossibile nel contempo, fino ai limiti della prevedibile capacità umana (ed in totale opposizione allo storico concetto di “iperrealismo” americano). Un teatro della rappresentazione totalmente autoreferenziale, che indaga la Bellezza attraverso se stesso, e che, come in una messinscena barocca, si rivela per stupire, per abbacinare, per meravigliare, e lì, in quello scarto senza tempo dato dall’incontro con l’inatteso, insinuare il senso di un nuovo mistero, creare un’emozione senza nome che rapisce e incanta: nuove rivelazioni, nuovi misteri, una nuova metafisica del cinicamente autoreferenziale, portatrice di un nuovo, estremo, rivoluzionario concetto di “pittura”. Effettivamente, riprendendo il filo di quanto già scritto in occasione di altre indagini sul fenomeno, il “Realismo”, inteso come una mera rappresentazione della realtà, in pittura non esiste. Né potrebbe esistere, essendo il dipingere essenzialmente, così come inteso nella sua secolare tradizione, un “fatto mentale”, per dirla con Leonardo, che partendo dalla realtà ci trasporta in una dimensione “altra”, (anche diversamente) metafisica per l’appunto, fuori da qualunque tempo e da qualunque spazio. La storia dell’arte tutta è un esempio di ciò. Dalle Veneri paleolitiche, la cui caricaturizzazione degli attributi sessuali era foriera di quel desiderio e di quel bisogno di fertilità ed abbondanza per loro vitali, fino ad oggi, ogni epoca della vicenda umana è stata caratterizzata da una visione della realtà figlia, insieme, di istinto e cultura e sempre lontana da un realismo meramente illustrativo. Non a caso l’immagine dipinta diventa, attraverso la pittura, segno-simbolo, icona portatrice di concetti e significati, mai la sterile rappresentazione di sé stessa. La storia della pittura, quindi la storia della rappresentazione, risulta perciò strettamente legata a quel fenomeno che oggi chiameremo “moda”, espressione e sintesi, in chiave più che mai contemporanea, di quei bisogni istintivi e di quegli ideali che stanno alla base di ogni creazione artistica. Si pensi solo a Piero della Francesca, a Michelangelo, allo stesso Caravaggio, a Rubens o a Picasso: in tutta la storia del mondo la realtà visibile è rimasta essenzialmente la medesima, con le sue forme e i suoi colori, ma la sua rappresentazione, sempre iconicamente riconoscibile, è cambiata, seguendo di volta in volta l’evolversi e il variare degli istinti e delle idee, in una parola seguendo i dettami della moda. Diverso il discorso sull’Iperrealismo. Nato negli Stati Uniti nei primi anni ’60 del secolo scorso, in contrapposizione alla libertà stilistica totale dell’Action Painting e degli espressionisti astratti, l’Iperrealismo (definito come tale solo nel 1972 in occasione della sua “consacrazione” ufficiale a Kassel in occasione di Documenta 5), di contro, si pone come obiettivo l’annullamento del punto di vista del pittore nell’immagine dipinta. Se l’artista astratto distrugge l’icona per imporre la propria visione del mondo in maniera assolutistica, l’iperrealista si impone di rappresentarla con una precisione ed una fedeltà tali da trasfigurarla, da renderla più vera della verità sin nei suoi “inganni ottici” più complessi. E quindi ancora una volta in maniera non-realistica. In Italia il fenomeno di questo realismo “cinico” (in quanto assolutamente autoreferenziale) ha assunto un’importanza capitale. Lontano dalla fredda e quasi meccanica ideologia dell’Iperrealismo “pop” americano, e contemporaneamente pregno della grande tradizione pittorica occidentale, l’”iperrealismo” italiano si è sviluppato con caratteri e peculiarità uniche. Non una pittura ancorata alla metafisica dell’”altrove”, ma anzi profondamente indagatrice di sé stessa, della propria anima, del proprio “dentro”, e come tale riferibile solo alla propria anima ed alla propria idea. In Italia il concetto di “Realismo cinico” è inevitabilmente associato, almeno fino alla metà degli anni ’90 quando il suo linguaggio era ancora puramente pittorico, al nome di Luciano Ventrone. L’approccio del pittore alla realtà appariva, insieme, fra i più eccentrici e originali, italianissimo nel “calore del colore”, nel chiaro e costante riferimento al Barocco e nel suo essere scevro da quella componente “pop” così tipica in questo genere di pittura, soprattutto in quella di matrice statunitense. Tra i pittori italiani più eccellenti che portano il concetto di mimes alle estreme conseguenze, con caratterizzazioni personalissime e altrettanto italiane, delineando un vero e proprio filone ancora largamente inesplorato, vi sono autentici fenomeni ormai internazionalmente riconosciuti come Roberto Bernardi, Giuseppe Carta, Alessandra Ariatti, Cristiano Pintaldi, Luigi Benedicenti ed Enrico Ghinato. Seguiti da altrettanto straordinari pittori in piena ascesa come Fabio Aguzzi, il disegnatore Andrea Boyer, Salvatore Mammoliti, Francesco Capello, Michele Taricco, Giuseppe Gigli, Elio Torrieri, Enrico Guarino, Enrico Ghinato via via fino alla generazione più vicina a noi, rappresentate da Daniela Montanari, Mauro Maugliani, Claudia Bianchi, Andrea Barin, Marzio Tamer, Gianluca Corona e a giovanissimi emergenti carichi di talento come Marica Fasoli, David De Biasio, Paolo Tagliaferro, Emanuele Dascanio e Riccardo Negri, ultima generazione di iperrealisti doc. Il trionfo della mimesis sull’invenzione continua…

Recensione della mostra sull Iperrealismo a Torino 2012. Critico d’arte Massimo Centini

Paolo Tagliaferro dedica alle sue opere molto tempo: entra nel dettaglio con un’accuratezza profondissima, che gli consente di raggiungere risultati di grande effetto, nei quali la realtà trova la sua apoteosi. Sorretto da un amore antico per Caravaggio, l’Artista fa propria la relazione dinamica tra luce e ombra, dando forma a costruzioni pittoriche dotate di notevole valenza poetica. Nel suo lavoro la matrice iperrealista trova una grande affermazione, raggiungendo significativi livelli qualitativi.

Critico d’arte e curatore Gilberto Grilli. Recensione sull’artista Paolo Tagliaferro anno 2014

Siamo abituati a prendere troppo sul serio cose che invece richiedono solo la consapevolezza del godimento estetico che possono procurare. Nessuno chiede alle opere di Paolo Tagliaferro il compito di risollevare le sorti del genere umano, ma questi capolavori, dipinti senza l’ausilio di trucchi fotografici, hanno lo scopo di farci provare emozioni visive di altissimo livello estetico. Ci fanno riflettere sul potenziale che l’uomo di oggi ha e che non viene più apprezzato. Il vero talento è ostacolato da poteri forti che ci vogliono convincere dell’inutilità della bellezza estetica applicata alla pittura.